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Costellazioni Familiari e Sistemiche

L’umiltà nella relazione d’aiuto

 

 

Perché una relazione d’aiuto possa essere efficace, cioè che il cliente stia meglio e che il processo di soluzione ai problemi sia effettivo, ha bisogno di umiltà, sia da parte del cliente che del consulente (terapeuta, mediatore, consulor, ecc.). L’umiltà in chi chiede la relazione d’aiuto consiste, innanzitutto, in un particolare ed intenso atto interiore di rinuncia: -rinuncia a quello che so già: se non si rinuncia alle analisi e valutazioni fatte fino a quel momento e alla convinzione che sono giuste e reali, l’attenzione della mente rimane focalizzata sull’interpretazione che mantiene legati al problema e non si può aprire nella mente stessa uno spazio per una nuova visione e consapevolezza che orienta verso un’alternativa allo stato di disagio. Quando nelle sessioni di Costellazioni Familiari incontro persone attaccate in modo ostinato alla spiegazione del problema e alla sua analisi, e non accettano di prendere in considerazione un altro modo di guardare, e, contemporaneamente, pretendono una soluzione nello stesso ambito, chiedo: “se tutto questo che sai già è vero, perché non hai ancora trovato una soluzione alla tua sofferenza?” -rinuncia a quello che mi aspetto: se ci si presenta in un incontro di consulenza o terapia e si ha la pretesa di cosa fare (“devo mettere in scena questo”), di sapere cosa fa bene e cosa deve fare il consulente, si rimane chiusi a ciò che si può prendere, si rimane identificati nella situazione (origine di stress e frustrazione) di poter (o dover) tenere tutto sotto controllo e, quindi, di dirigere il percorso verso una meta predeterminata con la soluzione che si pensa di volere e, quindi, non si guarda a ciò che veramente serve ed è efficace. -rinuncia ad aver ragione: in molti casi chi chiede aiuto per risolvere una situazione conflittuale, arriva con la convinzione di aver ragione (nei confronti dei genitori, del patner, dei superiori, dei colleghi, del mondo) e, di fatto, chiede al consulente di essergli alleato, complice contro “l’altro” (o gli altri) rafforzando l’identificazione con il conflitto e con il problema. Alcune volte si è così nevroticamente attaccati alla propria ragione, che non si coglie l’immagine di soluzione portata alla luce durante la seduta; in alcuni casi si è disposti a continuare a soffrire, piuttosto che rinunciare all’idea dicotomica torto/ragione (o giusto/ingiusto). L’umiltà anche in chi presta la relazione d’aiuto consiste, in un particolare ed intenso atto interiore di rinuncia. Innanzitutto a considerarsi per il cliente come un genitore che deve aiutare il piccolo figlio: questo voler aiutare considerandosi più “grandi” (o migliori) dell’altro e di sapere a priori ciò che è bene per l’altro, alimenta il bisogno del cliente di considerarsi “piccolo”, di delegare all’esterno da sé la propria guarigione, instaurando così la trappola di una lunga relazione di transfert e contro-transfert, che tende ad impedire un reale commiato del cliente sia dai propri genitori sia dal consulente stesso e, contemporaneamente, il processo di maturazione e ulteriore crescita della persona che presta la relazione d’aiuto. Con il metodo delle Costellazioni Familiari è essenziale che il mediatore guardi non solo al cliente, ma sempre anche ai genitori e alla famiglia, senza alcun giudizio e con rispetto: questo atteggiamento interiore permette a tutti due (cliente e consulente) di essere in sintonia con il campo sistemico (così non c’è transfert), contattare la propria autorità interiore, aprirsi ad una percezione intuitiva chiara, senza interferenze. Nella sintonia si ha la forza necessaria per fare ciò che è efficace. Contemporaneamente, anche per il mediatore di Costellazioni sistemiche è necessario rinunciare a quello che sa già e ad avere idee precostituite su quali siano le dinamiche nascoste che agiscono nel problema portato dal cliente. Se è vero che una certa esperienza può indurre a pensare che c’è quella precisa dinamica dietro quel preciso problema, l’esperienza del mediatore ha la consapevolezza che ogni caso è un caso diverso dall’altro: ogni “messa in scena” nelle costellazioni familiari mostra dei movimenti peculiari di quel campo familiare, manifestando le dinamiche che agiscono nascostamente e la visione interiore del cliente. Ciò che si mostra può essere realmente visto e, quindi, possono essere individuati i passi di soluzione appropriati solo se si amplia la percezione e si guarda ogni volta con occhi nuovi, rinunciando a preconcetti e aspettative, raccogliendosi interiormente e, contemporaneamente, esponendosi a una forza più grande. Il costellatore in questo modo lavora anche nel rispetto delle diversità, favorendo lo “scambio tra uguali” (Bert Hellinger). Nicoletta Campisi Mediatore di Costellazioni Familiari e Sistemiche “Ciò che è più grande negli esseri umani è ciò che li rende uguali a tutti gli altri. Qualsiasi altra cosa che devi più in alto e più in basso da ciò che è comune a tutti gli esseri umani ci sminuisce. Se sappiamo questo, possiamo sviluppare un profondo rispetto per ogni essere umano.”

B. Hellinger